Perché il Tar ha respinto il ricorso contro lo scioglimento di Bovalino

Il 24 settembre, cioè ieri, è stata pubblicata la sentenza della seconda sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio che si è pronunciata sul ricorso presentato dall’ex sindaco e dall’ex presidente del consiglio comunale di Bovalino contro il decreto di scioglimento del 2 aprile del 2014 (qui il decreto con le motivazioni).
Il ricorso chiedeva l’annullamento previa sospensione.

La richiesta di annullamento si muoveva sostanzialmente lungo tre ordini di motivi.
Innanzitutto «i ricorrenti rilevavano l’insussistenza degli elementi necessari, da valutare in una successione di stretta conseguenzialità, per procedere allo scioglimento e per evidenziare una compromissione della libera determinazione degli organi elettivi ed amministrativi ai fini del regolare andamento dei servizi.»
In secondo luogo erano lamentate la violazione del principio di proporzionalità e adeguatezza e varie forme di eccesso di potere.
Infine «i ricorrenti lamentavano varie forme di eccesso di potere sotto diversi profili, in relazione a difetto di istruttoria e contraddittorietà dell’attività di indagine posta in essere dalla Commissione d’accesso e alla carenza di motivazione idonea a ricostruire l’”iter” che aveva portato a concludere nei sensi di cui all’art. 143 TUEL»

I giudici del Tar del Lazio, prima di entrare nel merito del ricorso, hanno fotografato lo stato della giurisprudenza in tema di scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiosi ai sensi dell’articolo 143 del TUEL.
Il Tar, richiamando precedenti giurisprudenziali, ha precisato per prima cosa che «lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose non ha natura di provvedimento di tipo “sanzionatorio” ma preventivo» e che è «posto a tutela della collettività e non avverso i singoli amministratori dell’ente “disciolto”, per i quali le ulteriori conseguenze (incandidabilità) sono valutate in distinto e autonomo procedimento i cui esiti sono impugnabili avanti ad altra autorità giudiziaria.»

Entrando nel merito del ricorso, i giudici chiariscono sin da subito che il contesto generale entro il quale è collocato l’ente locale, nonostante «non costituisca di per sé prova della collusione dei suoi amministratori con la malavita stessa», comunque «può assumere rilievo se accompagnato da una serie di circostanze di fatto indicative della permeabilità dell’apparato politico-amministrativo, come nel caso di specie, non necessariamente conseguente a atteggiamento di natura “dolosa” da parte degli amministratori interessati».

Per quanto riguarda, invece, il presunto sostegno elettorale alla lista civica risultata vincitrice, i ricorrenti facevano notare che «che non vi sarebbero evidenze attestanti contatti tra esponenti della “’ndrangheta” e il futuro sindaco nel periodo immediatamente precedente la consultazione elettorale del 2010, dato che risultano accertate solo telefonate di congratulazioni successive all’esito elettorale da parte di soggetti “collusi” che però non avevano diritto di elettorato attivo».
In realtà – dice la sentenza – «nella relazione della Commissione d’accesso si fa esplicito riferimento a telefonate tra il 9 e il 12 marzo 2010 – prima quindi dei giorni delle operazioni elettorali del 28 e 29 marzo – in cui si erano stabiliti incontri tra il futuro sindaco ed esponenti della “famiglia -OMISSIS-”, che aveva interessi nell’effettuazione di lavori edili e stradali. La telefonata di “congratulazioni” del 30 marzo, pertanto, non è l’unico elemento che depone nel senso suddetto ma, anzi, conferma indirettamente l’interesse di tale “famiglia” all’elezione del sindaco, anche perché non si comprenderebbe la ragione di tale soddisfazione, soprattutto se, come espongono i ricorrenti, i soggetti “congratulanti” non avevano votato a -OMISSIS-.»

I giudici per confermare «tale quadro di “contatto”» richiamano la circostanza della presenza dell’allora sindaco a un matrimonio di un esponente di “tale” famiglia del gennaio 2010, «di per sé certamente non decisiva, dato che in piccoli centri non è infrequente che il candidato sindaco partecipi come ospite a matrimoni nella comunità locale, ma da interpretare nell’ambito “di insieme” sopra richiamato al fine di considerare la potenzialità di infiltrazione della malavita locale, certamente “agevolata” da contatti diretti con esponenti della maggioranza eletta, tra cui lo stesso futuro sindaco.»

E che poi, concretamente, non risultino lavori affidati a questa famiglia – dicono i giudici – «non è parimenti un elemento discriminante, nel quadro preventivo e teso anche solo a evitare potenziali infiltrazioni che ben può sorreggere il provvedimento ex art. 143 cit.»
Non rileva nemmeno che la stessa “famiglia” avrebbe sostenuto anche l’altra lista elettorale contrapposta.

Un’altra telefonata, infine, quella «di “congratulazioni” di un esponente della suddetta “famiglia” all’altro odierno ricorrente, futuro Presidente del Consiglio Comunale, che prometteva benefici futuri per la “famiglia” in questione derivanti dall’esito delle elezioni» vale secondi i giudici a confermare questo “quadro d’insieme”.

Spostandosi sulla gestione dell’attività amministrativa, i ricorrenti affermavano che solo in tre occasioni si era ricorso a perizie di variante mentre – fanno notare i giudici – «dalla lettura della relazione della Commissione di accesso, si evince che già nell’aprile 2010 e nel 2011 vi erano stati appalti con perizia di variante e che, tra il 2012 e il 2014, ben sette erano state tali perizie, tutte a beneficio delle stesse ditte riconducibili alla malavita organizzata».

Un passaggio della sentenza è dedicato anche ai lavori di consolidamento del Castello affidati «a ditta di cui non si era controllato con diligenza il certificato del casellario dell’amministratore unico e legale rappresentante, con numerosi precedenti, perché invece acquisito quello di un omonimo, socio al 50% dell’impresa. Inoltre tale ditta risultava oggetto di interdittiva antimafia. Il Collegio, in proposito, osserva che se pure tale interdittiva – e altra successiva – risultano annullate o sospese nel 2014 dal Consiglio di Stato, all’epoca dell’affidamento esse erano efficaci.»
E anche in questo caso poco importa che in altre occasioni il Comune abbia agito con diligenza e abbia provveduto a sospendere o revocare affidamenti di lavori o a rescindere contratti a discapito di ditte successivamente interdette.
Così sarebbe fin troppo facile, dice il Tar.
«Se bastasse qualche operazione “di facciata” per lenire il rischio di dissoluzione – sarebbe ben agevole farvi ricorso, eludendo in questo semplice modo la finalità perseguita della norma di cui all’art. 143 cit.».

Altri passaggi sono dedicati agli affidamenti diretti, al servizio di raccolta dei r.s.u., al servizio di refezione scolastica e all’abusivismo edilizio (dove «risultavano emesse solo sei ordinanze di demolizione nel quinquennio, pur in presenza di diffusione evidente dello stesso, con solo tre interventi dei vigili urbani»), alle concessioni demaniali e alla gestione degli immobili sequestrati.
Si rimprovera in più passaggi «la tendenza dell’attività degli organi politici a non porre in essere ciò che era loro compito nel dare luogo ad un’opera di vigilanza e controllo dell’apparato burocratico, al fine di evitare ingerenze da parte della criminalità organizzata, i cui esponenti “di spicco” comunque avevano (anche solo autonomamente) ritenuto comunque di trarre vantaggi dall’elezione del sindaco, come acclarato dalle telefonate di soddisfazione dopo la sua elezione nel 2010.»

Per quanto riguarda il secondo motivo del ricorso, i giudici non riscontrano alcuna violazione del principio di adeguatezza e proporzionalità.
Anche il terzo motivo è infondato in quanto «emerge in tutti i provvedimenti impugnati, anche sotto il profilo del richiamo “per relationem” alla relazione della Commissione di accesso, un’ampia motivazione sul riscontro degli elementi univoci, concreti e rilevanti richiesti ai sensi dell’art. 143 cit.»

Il Tar del Lazio, perciò, ha respinto il ricorso.
E ha chiuso per sempre (se non sarà chiamato in causa anche il Consiglio di Stato) una pagina buia del comune di Bovalino.


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