Criticare Mattarella, tutelare la Presidenza della Repubblica

foto Quirinale.it

Si sapeva sin dal momento dell’approvazione della legge elettorale “Rosatellum” che il protagonista della fase post voto sarebbe stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
A lui l’onere di sciogliere la matassa per la formazione del nuovo governo all’indomani delle elezioni del 4 marzo che non hanno consegnato una maggioranza monocolore in Parlamento. Il proporzionale è così. Nella Prima Repubblica c’era chi – tra i giornalisti – diceva che era inutile affaticarsi ed eccitarsi più di tanto durante la campagna elettorale perché tutte le cose più importanti da raccontare sarebbero successe dopo le elezioni quando, una volta preso atto della consistenza dei singoli gruppi parlamentari, i partiti avrebbero iniziato a negoziare.
Così è stato anche questa volta.
Dal 4 marzo è successo praticamente di tutto. Primo giro di consultazioni, secondo giro di consultazioni, mandato esplorativo alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati con il compito di verificare se ci fosse una possibilità per far nascere un governo 5 stelle – centrodestra, poi mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico che, invece, aveva l’obiettivo di verificare la possibilità di un’alleanza tra 5 stelle e Pd. Infine la possibilità – ancora non del tutto tramontata, anzi nelle ultime sembra riprendere quota – del governo gialloverde (o gialloblu), cioè frutto dell’intesa tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini (a cui si sta per aggiungere Giorgia Meloni). In mezzo anche la minaccia di un “governo neutrale” cioè un governo del Presidente con la guida del professore Carlo Cottarelli che sarebbe nato per portare il Paese a elezioni a settembre/ottobre in caso di sfiducia oppure l’anno prossimo in caso di fiducia. Fiducia in realtà assai improbabile. Tutto questo sotto la regia del Presidente della Repubblica, com’è giusto che sia.

La situazione è esplosa quando il Presidente della Repubblica ha negato al Presidente del Consiglio incaricato, il professore Giuseppe Conte, la possibilità di portare con sé nella squadra di governo e precisamente nel ruolo di Ministro dell’Economia e delle Finanze il professore Paolo Savona.
Il diniego – ha spiegato il Presidente Mattarella – è dovuto al fatto che «l’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui, e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando – prima dell’Unione Monetaria Europea – gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento. È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri – che mi affida la Costituzione – essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani

Da quel momento in poi il caos.
Dopo poche ore il Presidente della Repubblica è finito sotto accusa e Luigi Di Maio (a quanto pare decidendo in solitario) e Giorgia Meloni (in nome di Fratelli d’Italia) hanno chiesto la messa in stato d’accusa del Presidente Sergio Mattarella. Un atto gravissimo previsto dalla Costituzione (articolo 90: Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri) che avrebbe comportato un vero e proprio processo davanti la Corte Costituzionale. La storia della messa in stato d’accusa in realtà è finita presto perché Luigi Di Maio è tornato indietro dopo nemmeno 72 ore annunciando che «la messa in stato d’accusa non è più sul tavolo» e dichiarandosi disposto a collaborare con il Colle.

Ma il dibattito sul ruolo del Presidente della Repubblica ormai è aperto e non stenta a placarsi anche perché il Partito Democratico ha organizzato una manifestazione «a difesa del Presidente Mattarella» mentre Luigi Di Maio annunciava una manifestazione per «il diritto degli italiani di scegliersi il Governo» (attaccando implicitamente il Presidente Mattarella e la sua scelta) trasformata – dopo il passo indietro – in una più tranquilla manifestazione per «chiedere un governo politico o chiedere di tornare immediatamente al voto».

Non c’è alcun dubbio che il Presidente della Repubblica possa dire la sua sulla scelta dei ministri. La funzione di nomina gli è affidata dall’articolo 92 della Costituzione: «Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.»
Più volte nella storia il Presidente della Repubblica ha rivendicato con forza le sue prerogative.
Nel 1994 il presidente della Repubblica respinse Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, proposto dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi nel ruolo di Ministro di Grazia e Giustizia. Nel 2014 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano respinse il magistrato Nicola Gratteri pronto a insediarsi nel palazzo di via Arenula.

In entrambi i casi la scelta di respingere la proposta del presidente del Consiglio è stata dettata da una questione di opportunità politica o di incompatibilità di fatto. Può un magistrato in attività rivestire il ruolo di Ministro della Giustizia (nonostante ci siano dei precedenti)? Può l’avvocato del Presidente del Consiglio ricoprire quella carica?

L’equivoco nasce da quell’articolo della Costituzione che non fissa in modo espresso i limiti dell’azione del Capo dello Stato. Se appare chiaro che in casi eclatanti (es. il presidente del Consiglio propone sua moglie o suo figlio) il Presidente della Repubblica può tranquillamente dire la sua, meno chiaro è se il potere possa spingersi fino a compiere un vero e proprio giudizio di natura politica così com’è stato nel caso di Paolo Savona.
A me pare che il Presidente della Repubblica – pur agganciando la sua scelta alla tutela del risparmio contenuta in Costituzione – abbia più che altro “condannato” le intenzioni del professore Paolo Savona. Mentre di uscita dall’euro, nel programma di Governo, non si parla. Da segnalare che, comunque, il presidente della Repubblica ha il potere di rimandare alle Camere una legge ex articolo 74 Cost: «Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.»

I costituzionalisti hanno detto la loro: secondo alcuni il Presidente della Repubblica ha esercitato correttamente il potere di nomina, secondo altri (Carlassare, Onida) no. Praticamente tutti, però, sono d’accordo sul fatto che la messa in stato d’accusa è un’ipotesi del tutto fuori luogo.

Comunque sia, contestare una scelta del Capo dello Stato è sacrosanto, criticare le idee e l’operato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è legittimo. Tra l’altro chi manifesta a favore delle idee del Presidente della Repubblica implicitamente apre un dibattito su quelle idee, segno che qualsiasi idea può essere criticata. Anche se quella idea è della prima carica dello Stato. E sottolineare dal proprio punto di vista le storture dell’operato del Presidente non significa attaccare l’istituzione Presidenza della Repubblica, ma significa tutelarla. Tutelarla da eventuali abusi futuri, magari quando a decidere se le idee di un ministro vanno bene o vanno male sarà un Presidente della Repubblica con un passato a destra e a noi meno simpatico.

Ciò che non è legittimo, invece, è attaccare l’istituzione Presidenza della Repubblica oppure offendere la persona Sergio Mattarella.


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