Berlusconi ha pagato Cosa Nostra?

 

immagine ilfattoquotidiano.it

C’è un tema che in questa campagna elettorale è saltato fuori. Di nuovo e inaspettatamente. Lo ha tirato fuori Alessandro Di Battista.
Ne parla praticamente in tutti i comizi ed è andato addirittura a duecento metri dalla villa di Silvio Berlusconi a urlare che lui, l’ex Cavaliere di Arcore, «ha pagato la mafia».
E che «in un Paese normale, Berlusconi non starebbe in una villa lussuosa ma a San Vittore, Rebibbia o Regina Coeli».
In molte occasioni ha portato le prove e ha letto stralci di una sentenza della Cassazione che – secondo il grillino – direbbe chiaramente che Silvio Berlusconi ha pagato Cosa Nostra.

La sentenza è la n. 28225 del 2014. Sono andato a ripescarla per verificare quanto affermano gli ermellini e se è davvero come dice Alessandro Di Battista.

Innanzitutto la sentenza della Cassazione si pronuncia su un ricorso proposto da Marcello Dell’Utri contro la sentenza 1352 del 2013 della Corte d’Appello di Palermo del 25 marzo 2013. Non è quindi Silvio Berlusconi l’imputato.

Il processo è lungo e travagliato. Prima la sentenza del Tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 (condanna a 9 anni di reclusione), poi quella della Corte d’Appello di Palermo del 29 giugno 2010 (condanna a 7 anni di reclusione), infine la sentenza della Corte di Cassazione del 9 marzo 2012 che annullava e rinviava ad altra sezione della Corte d’Appello di Palermo.
Il rinvio era dovuto sostanzialmente a un difetto di motivazione. Scrive la Cassazione che «spettava al giudice del rinvio esaminare nuovamente e fornire una diversa motivazione in ordine alla configurabilità del concorso esterno in associazione mafiosa, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo» e che «in secondo luogo il giudice del rinvio doveva verificare la sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di concorso esterno in associazione di stampo mafioso con riferimento al periodo 1983-1992, decorrente dal ritorno di Marcello Dell’Utri in “Publitalia”. Da un punto di vista oggettivo veniva ritenuta provata la prosecuzione dei pagamenti da parte di Berlusconi a “cosa nostra” negli anni ’80 sulla base della causale del patto di protezione con la mafia. Al riguardo si trattava di stabilire soltanto se si fosse trattato di una prosecuzione senza soluzione di continuità, pur dopo l’allontanamento di Dell’Utri, ovvero di una ripresa dopo un’interruzione».
La Quinta Sezione Penale, però, «riteneva provato in tutti i suoi elementi costitutivi, fino al 1978, il delitto di cui agli artt. 110 e 416 c.p.» e ciò si evinceva dal comportamento di Dell’Utri che aveva determinato «la realizzazione di un incontro materiale e del correlato accordo di reciproco interesse, tra i boss mafiosi (nella loro posizione rappresentativa) e l’imprenditore amico (Silvio Berlusconi)».
Accordo – dice la Cassazione nel 2012 – che era parso fonte di reciproci vantaggi a tutti gli interessati: «il vantaggio, per l’imprenditore Berlusconi, della ricezione di una schermatura rispetto ad iniziative criminali (essenzialmente sequestri di
persona) che si paventavano ad opera di entità delinquenziali non necessariamente e immediatamente rapportabili a “cosa nostra” o, quanto meno, all’articolazione palermitana di “cosa nostra” di cui veniva, in quel frangente, sollecitato l’intervento, e quello di natura patrimoniale per la stessa consorteria mafiosa».
E Cosa Nostra «aveva cioè, grazie alla iniziativa di Dell’Utri che si era posto come trait d’union, siglato con l’imprenditore un patto, all’inizio non connotato e tantomeno sollecitato da proprie azioni intimidatorie, oltre che finalizzato alla realizzazione di evidenti risultati di arricchimento: un patto che, peraltro, risentiva di una certa, espressa propensione dell’imprenditore Berlusconi a “monetizzare”, per quanto possibile, il rischio cui era esposto».

Bene, il 15 marzo 2013 la Corte d’Appello (dopo il rinvio della Corte di Cassazione) rideterminava la pena inflitta all’imputato in sette anni di reclusione. Ed è contro questa sentenza che Dell’Utri fa ricorso. Il processo torna quindi in Cassazione la quale si pronuncia con la sentenza n. 28225 del 2014. Quella citata da Alessandro Di Battista durante i suoi comizi.

La Cassazione afferma che il ricorso non è fondato e smonta gli otto motivi addotti dai legali di Dell’Utri.
Tra le argomentazioni che i giudici della Suprema Corte utilizzano per smontare i motivi del ricorso si legge che «tra il 16 e il 29 maggio 1974 si svolgeva a Milano un incontro cui prendevano parte Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla “famiglia” mafiosa di Malaspina), Stefano Bontade (capo della “famiglia” mafiosa di S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco tempo prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del “triumvirato”, massimo organo di vertice di “cosa nostra”), Girolamo Teresi (sottocapo della “famiglia” mafiosa di S. Maria del Gesù), Francesco Di Carlo (“uomo d’onore” della “famiglia” mafiosa di Altofonte di cui, all’epoca, era consigliere e di cui, in seguito, sarebbe diventato sottocapo). In tale occasione veniva concluso l’accordo di reciproco interesse, in precedenza ricordato, tra “cosa nostra”, rappresentata dai boss mafiosi Bontade e Teresi, e l’imprenditore Berlusconi, accordo realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri che aveva coinvolto l’amico Gaetano Cinà, il quale, in virtù dei saldi collegamenti con i vertici della consorteria mafiosa, aveva garantito la realizzazione di tale incontro».
E «l’assunzione di Vittorio Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla “famiglia” mafiosa di Porta Nuova, formalmente aggregata al mandamento di S. Maria del Gesù, comandato da Stefano Bontade) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974, costituiva l’espressione dell’accordo concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di “cosa nostra” e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo. In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di “cosa nostra” palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà».
Per quanto riguarda la continuità dei contatti intrattenuti tra Dell’Utri e Cosa Nostra la Cassazione rileva che «il contesto giustificativo della decisione circa la responsabilità di Dell’Utri in ordine al delitto a lui ascritto nel periodo 1978-1982 era ulteriormente arricchito dall’approfondita analisi delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia (Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, entrambi “uomini d’onore” della “famiglia della Noce, e Antonino Galliano, “uomo d’onore riservato” della famiglia della Noce) in merito alla prosecuzione dei pagamenti effettuati, in attuazione dell’accordo concluso nel 1974 a Milano tra gli esponenti di “cosa nostra” palermitana e Silvio Berlusconi, grazie all’opera d’intermediazione dell’imputato, anche nel lasso di tempo in cui Dell’Utri non lavorava formalmente alle dipendenze di Berlusconi».

La Cassazione, inoltre, ribadisce quanto affermato dalla Corte d’Appello circa «la reale efficacia condizionante della
condotta atipica, quale concorrente esterno, di Dell’Utri. Questi, infatti, nella veste di soggetto costantemente preposto, anche nel periodo 1978-1982, alla consegna agli esponenti del sodalizio mafioso, per conto di Silvio Berlusconi, dei soldi costituenti il corrispettivo della protezione assicurata dall’associazione mafiosa all’imprenditore, agiva, essendo a conoscenza dei metodi e dei fini della stessa, nella consapevolezza e volontarietà del suo determinante contributo causale ai fini della realizzazione, almeno parziale, del programma criminoso perseguito dall’organizzazione mafiosa e della conservazione della stessa che traeva dalla costante riscossione delle cospicue somme di denaro una stabile fonte di arricchimento, immediatamente incidente sulla sua perdurante operatività».

Pagamenti che sarebbero andati avanti fino al 1992. Lo affermava già la sentenza di Cassazione del 9 marzo 2012: «occorre premettere che la sentenza della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione del 9 marzo 2012 ha già ritenuto oggettivamente provata la prosecuzione dei pagamenti di Berlusconi in favore di “cosa nostra” palermitana sino a tutto il 1992».

Dell’Utri vittima? No, secondo i gli ermellini i quali sostengono che «non meritano accoglimento neppure le censure difensive riguardanti il ruolo di “vittima” di Dell’Utri (al pari dell’amico Berlusconi) e l’omessa specificazione dei vantaggi tratti dall’imputato dall’opera di mediazione svolta tra Berlusconi e “cosa nostra” palermitana». Anzi, «i giudici territoriali, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, hanno, all’esito del puntuale esame delle risultanze probatorie acquisite, sottolineato la posizione paritaria dei partecipanti all’accordo di protezione e hanno descritto l’assenza di qualsiasi costrizione nella condotta dell’imputato che, avvalendosi dei rapporti personali di cui già godeva a Palermo con taluni esponenti di “cosa nostra” e dell’amicizia con Cinà che gli aveva permesso di caldeggiare la propria iniziativa con speciale efficacia presso di essi, rendeva possibile, con la sua mediazione, un accordo di reciproco interesse tra i vertici dell’associazione mafiosa, nella loro posizione rappresentativa, e l’imprenditore Berlusconi, suo amico».

La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso e ha condannato Marcello Dell’Utri.

Ma quel che ci interessa è che ha affermato che Silvio Berlusconi, sì, ha pagato Cosa Nostra.


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