Le vittime, non il carnefice

Sono sei, cinque uomini e una donna. Il più grande ha trentadue anni, il più giovane ne ha venti.
Wilson Kofi è il più piccolo e viene dal Ghana. Poi c’è Omar Fadera. Lui di anni ne ha 23 e viene dal Gambia. E poi Jennifer Otiotio, l’unica ragazza. Il fidanzato di Jennifer, Gideon Azeke, 25 anni. E poi Mahamadou Toure. Infine Festus Omagbon, il più grande.
Qualcuno è ricoverato in rianimazione con un ematoma al fegato. Qualcun altro ha riportato alcune fratture alle costole e una contusione polmonare. Jennifer è stata colpita all’altezza della spalla sinistra. Il proiettile è entrato ed è uscito.
Gideon ha già lasciato l’ospedale. Probabilmente aveva fretta perché è irregolare. E’ tornato in ospedale questa mattina perché ha un’infezione alla ferita.

Sono le vittime di Luca Traini. 28 anni, alto e grosso, testa rasata con un tatuaggio sulla parte destra. E’ il simbolo di «Terza Posizione», un movimento neofascista eversivo italiano fondato a Roma da Giuseppe Dimitri, Roberto Fiore (il leader di Forza Nuova) e Gabriele Adinolfi. Nella foto divulgata dai Carabinieri ha uno sguardo severo e sulle spalle ha la bandiera italiana. Dice che era uscito di casa per andare in palestra sulla sua Alfa Romeo 147 nera «ma poi lungo il tragitto ho sentito alla radio che parlavano di nuovo del male fatto a Pamela da quel nigeriano e in quel momento non ci ho visto più. Sono tornato a casa di mia nonna Ada a Tolentino, ho aperto la cassaforte, ho estratto la Glock che detengo per uso sportivo, una scatola da 50 colpi e i due caricatori con una decina di pallottole ciascuno. Volevo ucciderli tutti».

Un attentato di matrice razzista. Non li ha uccisi ma poco ci è mancato.

Di Luca Traini sappiamo tutto. Sappiamo che era stato candidato con la Lega al Consiglio Comunale del suo paese. Abbiamo i video in cui si intravede accanto a Matteo Salvini durante un comizio. Sappiamo che viveva con la nonna. Sappiamo che palestra frequentava. Cosa faceva, come lo faceva.
Delle sue vittime, invece, sappiamo poco o nulla. I più importanti quotidiani italiani ci informano delle loro condizioni di salute con un trafiletto.

Il Ministro dell’Interno Marco Minniti è arrivato d’urgenza da Roma per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza. Si è catapultato a Macerata poche ore dopo l’attentato, ma non ha ritenuto doveroso far visita alle vittime.
Neppure il Presidente del Consiglio – che pochi minuti l’accaduto dopo twittava «#Macerata Sparatoria contro cittadini inermi in una comunità già colpita dalla barbara uccisione di una ragazza. No a un’escalation di odio e violenza. Fermiamola subito. Fermiamola insieme.» – ha fatto visita ai feriti.

Alcuni lottano per rimanere in vita. Altri sono soltanto lievemente feriti. Altri ancora cercano di ritornare alla loro vita di tutti giorni o pensano di scappare.

Da quegli accertamenti che li «bolleranno» come irregolari. 
Da quello Stato che non ha avuto la decenza di stare vicino alle vittime di un attacco razzista e fascista.


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2 pensieri riguardo “Le vittime, non il carnefice

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