Scioglimento Consiglio Comunale di Marina di Gioiosa Ionica, ecco perché il Tar ha respinto il ricorso


Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio si è pronunciato sullo scioglimento del Consiglio Comunale di Marina di Gioiosa Ionica.
Il ricorso presentato dall’allora presidente del Consiglio Comunale, dall’allora vicesindaco e dagli ex componenti, assessori o consiglieri di maggioranza, dell’amministrazione comunale che si era insediata a seguito delle elezioni amministrative dell’aprile del 2008, è stato respinto.
La Prima Sezione del Tar del Lazio ha respinto il ricorso in quanto infondato e ha smontato le motivazioni che hanno spinto i ricorrenti a chiedere l’annullamento del decreto del Presidente della Repubblica del 7 luglio 2011, della relazione del Ministro dell’Interno del 28 giugno 2011, della Relazione della Commissione di accesso dell’8 marzo 2011, della Relazione del Prefetto di Reggio Calabria del 20 aprile 2011 e del provvedimento di nomina della Commissione Straordinaria.

I ricorrenti rimproveravano innanzitutto la «violazione e falsa applicazione degli artt. 6 e 7 della L. n. 241/90, per la mancanza della comunicazione di avvio del procedimento, con conseguente venir meno della possibilità, per gli amministratori comunali (odierni ricorrenti), di fornire le proprie controdeduzioni sui fatti contestati».
I giudici, però, hanno evidenziato come «il provvedimento di scioglimento del Consiglio comunale per condizionamento dalla criminalità organizzata non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di attività di natura preventiva e cautelare, per la quale non vi è necessità di partecipazione, anche per il tipo di interessi coinvolti che non concernono, se non indirettamente, persone, ma la complessiva rappresentazione operativa dell’ente locale e, quindi, in ultima analisi, gli interessi dell’intera collettività comunale».

Successivamente i giudici sono entrati nel merito delle circostanze che sono state ritenute nel 2011 indice del condizionamento criminale dell’ente locale.
In particolare, la Relazione ministeriale sottolineava la presenza ripetitiva, nel settore degli appalti pubblici «delle medesime ditte con un avvicendamento delle stesse nelle aggiudicazioni e la riferibilità di aziende a cosche mafiose locali, favorite dall’affidamento in via diretta degli appalti senza la preventiva verifica sul possesso, da parte delle ditte interessate, dei requisiti di carattere generale richiesti dalla vigente normativa, avendo l’ente ritenuto sufficienti i riscontri effettuati negli anni precedenti in occasione delle procedure di aggiudicazione di altri lavori».
Il fatto che con la delibera n. 17/08, intervenuta dopo tre mesi dalle elezioni, il Consiglio Comunale abbia approvato apposita convenzione con la Provincia di Reggio Calabria per la gestione associata della Stazione Unica Appaltante in relazione alle procedure di valore superiore a Euro 150.000,00 – fatto dedotto dai ricorrenti tra i motivi dell’impugnazione – non è sufficiente agli occhi dei giudici per sconfessare «in alcun modo la sussistenza di irregolarità nell’affidamento di lavori e servizi, riscontrata in più occasioni nelle procedure aventi ad oggetto contratti di valore inferiore: il Prefetto nella propria relazione ha rilevato che in più occasioni il Sindaco è intervenuto direttamente negli acquisti, ponendo in essere atti di gestione non di sua competenza; sono stati riscontrati numerosi affidamenti di lavori a soggetti riconducibili alle cosche locali o in difetto di verifica sulle cause di esclusione previste dalla normativa sugli appalti; sono stati affidati lavori utilizzando la procedura di urgenza in difetto di valida giustificazione».

Altro punto toccato dalla sentenza (leggila qui) è quello riguardante il finanziamento in favore di una locale associazione sportiva. Finanziamento – affermano i ricorrenti –  che «era sempre regolarmente avvenuto da parte del Comune, la cui squadra di calcio esisteva fin dagli anni ’60, ed aveva soltanto cambiato denominazione nel corso degli anni».
Ma ciò non ha convinto i giudici. Si legge nella sentenza: «rilevante in tal senso è anche il finanziamento, menzionato nella relazione prefettizia e nel provvedimento del Ministro dell’Interno, in favore di una locale associazione sportiva il cui presidente era all’epoca latitante e destinatario di provvedimenti restrittivi in quanto ritenuto responsabile del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso; tale finanziamento è stato concesso nel medesimo giorno in cui era stato richiesto e quando l’associazione era stata costituita da appena quattro giorni, sulla base di un’autorizzazione dell’assessore al turismo e senza previa delibera della giunta. Il fatto, dedotto in ricorso, che il finanziamento fosse stato concesso anche negli anni precedenti sempre con le medesime modalità, non è certo idoneo a sconfessarne la valenza sintomatica in ordine ai rapporti tra l’amministrazione comunale e la locale criminalità».

In definitiva secondo i giudici «il provvedimento di scioglimento deve ritenersi pienamente legittimo, nel rispetto dei principi affermati dalla giurisprudenza in materia, essendo stata correttamente evidenziata la presenza di contatti ripetuti e collegati alle scelte gestorie dell’amministrazione comunale degli organi di vertice politico-amministrativo con soggetti appartenenti alla criminalità locale, e l’inadeguatezza dello stesso vertice politico-amministrativo a svolgere i propri compiti di vigilanza e di verifica nei confronti della burocrazia e dei gestori di pubblici servizi del Comune, che impongono l’esigenza di intervenire ed apprestare tutte le misure e le risorse necessarie per una effettiva e sostanziale cura e difesa dell’interesse pubblico dalla compromissione derivante da ingerenze estranee riconducibili all’influenza ed all’ascendente esercitati da gruppi di criminalità organizzata».

Nel frattempo, però, è arrivata la sentenza della Corte di Cassazione che ha disposto per tre ex assessori l’annullamento delle condanne, mentre per l’ex sindaco l’annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Reggio Calabria della condanna pronunciata ai sensi dell’art. 416 bis c.p.
Ma per il Tar del Lazio «è sufficiente rilevare che la condanna in sede penale a tale titolo presuppone l’affermazione, oltre ogni ragionevole dubbio, della stabile intraneità del soggetto nell’ambito di un’associazione di tipo mafioso e, pertanto, si fonda sull’accertamento di condotte del tutto differenti, nella connotazione sostanziale e nel grado di coinvolgimento rispetto al fenomeno associativo, da quelle oggetto del provvedimento in questa sede impugnato. La ricostruzione delle vicende su cui sono fondati i provvedimenti impugnati, infatti, non risulta incentrata unicamente sul coinvolgimento di alcuni degli amministratori comunali nell’operazione di polizia, ma su un insieme di circostanze che, a prescindere dall’eventuale sussistenza di uno stabile inserimento nell’associazione mafiosa dei soggetti coinvolti, evidenziano una rete di rapporti stabili tra questi e gli appartenenti alla criminalità locale».

Ciò che conta, insomma, non è la rilevanza penale delle condotte ma «la tendenza dell’attività degli organi politici a non porre in essere ciò che era loro compito nel dare luogo ad un’opera di vigilanza e controllo dell’apparato burocratico, al fine di evitare ingerenze da parte della criminalità organizzata».


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