La verità, vi prego, sui sacchetti

immagine: deejay.it

C’è una direttiva, la 94/62/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 dicembre 1994, sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio e c’è un’altra direttiva, la direttiva UE 2015/720 del 29 aprile del 2015, che modifica la prima, dietro la polemica dei sacchetti della frutta che sta appassionando tutti in questo nuovo anno che si è appena aperto.

La direttiva 2015/720, considerando tra l’altro che «gli attuali livelli di utilizzo di borse di plastica si traducono in elevati livelli di rifiuti dispersi e in un uso inefficiente delle risorse», considerando che «le borse di plastica con uno spessore inferiore a 50 micron («borse di plastica in materiale leggero»), che rappresentano la grande maggioranza delle borse di plastica utilizzate nell’Unione, sono riutilizzate meno frequentemente rispetto a borse di spessore superiore» e considerando che «gli Stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi ove necessario per scopi igienici oppure se il loro uso previene la produzione di rifiuti alimentari», decide di modificare la direttiva 94/62/CE in alcuni punti.
In particolare, all’articolo 4 (della vecchia direttiva) aggiunge: «1 bis. Gli Stati membri adottano le misure necessarie per conseguire sul loro territorio una riduzione sostenuta dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero».
In che modo gli Stati devono intervenire?
La direttiva risponde: «le misure adottate dagli Stati membri includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe: a) adozione di misure atte ad assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2019 e 40 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2025 o obiettivi equivalenti in peso. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse dagli obiettivi di utilizzo nazionali; b) adozione di strumenti atti ad assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, salvo che siano attuati altri strumenti di pari efficacia. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse da tali misure».

La direttiva, com’è evidente, si preoccupa delle «borse di plastica in materiale leggero» mentre nulla impone riguardo le «borse di plastica in materiale ultraleggero», cioè quelle di cui si sta parlando da giorni.
Quelle della frutta, per intenderci.

Il 24 gennaio del 2017 la Commissione Europa apre più procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia tra cui quella relativa al «mancato recepimento della direttiva 2015/0720/UE che modifica la direttiva 94/62/CE per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero».
In realtà – come riporta il Sole24Ore – l’Italia aveva anticipato la direttiva e aveva adottato le misure adeguate ancor prima della direttiva ma non l’aveva recepita con un atto formale. Per questo la procedura d’infrazione.

Il legislatore italiano, allora, decide di recepire formalmente la direttiva tramite la conversione in legge del decreto legge n.91 del 2017.
L’art. 226-bis disciplina i divieti di commercializzazione delle borse di plastica (tra cui le «borse di plastica in materiale leggero»). Sarebbe stato sufficiente questo articolo per recepire nel nostro ordinamento quanto disposto dalla direttiva UE.
Ma è l’articolo 226-ter che ha dato la stura alla polemica di questi giorni.
Questo dispone che «al fine di conseguire, in attuazione della direttiva (UE) 2015/720, una riduzione sostenuta dell’utilizzo di borse di plastica, è avviata la progressiva riduzione della commercializzazione delle borse di plastica in materiale ultraleggero» e al comma 5 afferma che «le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti imballati per il loro tramite».

L’Italia, quindi, non solo ha attuato la direttiva ma è andata oltre e ha previsto una disciplina anche per le «bustine della frutta» cioè le «borse di plastica in materiale ultraleggero».

Non è chiaro se al consumatore è consentito di portare da casa il sacchetto.
Ieri il segretario generale del Ministero della Salute Giuseppe Ruocco ha affermato che «non siamo contrari al fatto che il cittadino possa portare i sacchetti da casa, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti».

Quanto ci costerà la nuova disciplina? Poco o niente.
Il legislatore non ha stabilito un prezzo dei sacchetti. Secondo l’Osservatorio di Assiobioplastiche «oscilla fra 1 e 3 centesimi il costo nei supermercati e ipermercati di un sacchetto biodegradabile e compostabile per il primo imballo alimentare (quello di frutta, verdura, carne e pesce), per un costo annuale per una famiglia compreso tra 4,17 e 12,51 euro».

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