La riforma del Senato? Eccola


Un anno fa 19.421.025 italiani mettevano la crocetta sul «no» al referendum per l’approvazione della riforma costituzionale.
Veniva così archiviato definitivamente il tentativo di Matteo Renzi & co. di modificare la Carta Costituzionale.

La Riforma, tra le altre cose, avrebbe permesso al Parlamento di lavorare più facilmente snellendo l’iter legislativo e, di fatto, depotenziando il Senato della Repubblica. In nome di una «democrazia facile e immediata» si tagliavano pezzi dell’iter procedurale.

Bene, a un anno esatto dalla mancata approvazione della riforma Renzi-Boschi, la conferenza dei Capigruppo del Senato della Repubblica ha deciso di calendarizzare un qualcosa che ha molto a che vedere con la riforma bocciata.
La Giunta per il Regolamento, all’unanimità, ha proposto e comunicato al Presidente del Senato, in data 14 novembre, una «Proposta di modificazione del Regolamento» e oggi la Conferenza ha deciso di piazzare la discussione e la votazione della stessa tra il 19 e il 20 dicembre. Prima il biotestamento, subito dopo la modifica del regolamento.
Questa mattina a pagina 38 de “La Repubblica” il costituzionalista Michele Ainis scrive: «Due terzi della legislatura in corso, durante i governi Letta e Renzi, sono volati via inseguendo riforme costituzionali inafferrabili. Stavolta, viceversa, il presidente Grasso ha presentato un suo “decalogo” il 22 giugno; un gruppo ristretto, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti (Pd, 5 Stelle, Lega, Forza Italia), ha articolato la proposta; il 14 novembre la Giunta del Senato l’ha approvata a voti unanimi; sicché adesso la parola spetta all’aula, che potrebbe decidere da domani. Insomma, bersaglio centrato in meno di sei mesi, e con l’estate di mezzo; per essere vecchietti, questi senatori sanno ancora pedalare».
Insomma, c’è – e si vede – la volontà politica di approvare le modifiche al regolamento prima dello scioglimento delle camere.

La proposta contiene delle modifiche che, se andranno in porto, da una parte ridurranno le inefficienze e dall’altra cercheranno di ridurre quello strano fenomeno italico che prende il nome di «trasformismo». L’intento del legislatore, più che di ridurre, in realtà è quello di cancellare definitivamente il cambio di casacca privando i parlamentari del potere di creare nuovi gruppi parlamentari.

«L’articolo 1 reca disposizioni in materia di Gruppi parlamentari ed introduce il principio in base al quale ciascun Gruppo, pur mantenendo la soglia minima di dieci senatori, deve tuttavia rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno. Se per un verso risulta sempre possibile la costituzione di Gruppi derivanti dalla fusione di quelli già esistenti, nuovi Gruppi potranno essere costituiti, anche in corso di legislatura, solo ove si tratti di soggetti corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati».

Nel caso, invece, di cambio di casacca «sarà possibile unicamente trasferirsi all’interno di Gruppi già esistenti; il nuovo comma 2 dell’articolo 13 stabilisce che i Vice Presidenti e i Segretari che entrino a far parte di un Gruppo diverso da quello al quale appartenevano al momento dell’elezione, decadono dall’incarico. Con riguardo alle Commissioni permanenti e` prevista la decadenza da tutte le cariche dell’Ufficio di Presidenza».

Dal punto di vista efficientistico, la proposta di modifica razionalizza i tempi di intervento, dimezzandoli, e nello stesso momento smista le competenze fra le commissioni e l’Aula attribuendo alle prime il grosso del lavoro.
Lavoreranno di più le Commissioni e meno l’Aula.

Ma la proposta che più farà sorridere è quella che prevede la soppressione dell’articolo 49 del vecchio Regolamento che recita: «Le Commissioni hanno facoltà di chiedere al Presidente del Senato di invitare il CNEL ad esprimere il proprio parere su questioni al loro esame che importino indirizzi di politica economica, finanziaria e sociale, o che comunque rientrino nell’ambito della economia e del lavoro».

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) tenuto in vita dal 60% di «no», uscirebbe, quindi, di scena. Almeno al Senato.

Altre modifiche andrebbero a toccare anche l’importante istituto della legge di iniziativa popolare – «l’esame dei disegni di legge d’iniziativa popolare dovrà essere concluso entro tre mesi dall’assegnazione. Decorso tale termine, il disegno di legge è infatti iscritto d’ufficio nel calendario dei lavori dell’Assemblea e la discussione si svolge nel testo dei proponenti, senza che sia possibile avanzare questioni incidentali» – e l’astensione – «viene introdotto il principio in base al quale ogni deliberazione del Senato è presa a maggioranza dei senatori presenti: pertanto il voto di astensione è computato ai soli fini del numero legale e non potrà essere più considerato sostanzialmente equivalente al voto contrario».

Una vera e propria Riforma, con la «r» maiuscola. Una buona riforma.
Raggiungerà il traguardo? Per ora pare che le forze politiche presenti in Senato siano decise ad andare avanti.
Ma la «discesa in campo» del Presidente Grasso potrebbe rimescolare le carte, almeno secondo Ainis: «il paradosso più paradossale sarebbe strangolare in culla la creatura, magari in odio a Grasso, ormai un concorrente alle prossime elezioni. Perché in questo caso verrebbe consumato un omicidio, ma al contempo un suicidio collettivo».

Vedremo.


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