Censis: i numeri della rivoluzione digitale

immagine: betterwholesaling.com

E’ stato presentato il 4 ottobre a Roma al Senato della Repubblica il 14° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione dal titolo “I media e il nuovo immaginario collettivo“.
Il Rapporto è stato presentato dal Direttore Generale del Censis Massimiliano Valerii.


Quello che viene fuori dal Rapporto del Censis, realizzato in collaborazione con Facebook, Mediaset, Rai, TV2000 e WindTre, è molto importante perché conferma – con l’ausilio di dati reali e precisi e di grafici – ciò che è sotto gli occhi di tutti: tutto ciò che è digitale e che è in qualche modo strettamente collegato a internet cresce.
Tutto il resto decresce, in alcuni casi (vedi i quotidiani) crolla.

Per quanto riguarda la televisione, i consumi mediatici degli italiani nel 2017 mostrano che la tv, «in tutte le sue forme di trasmissione e di fruizione, con il 95,5% di spettatori rispetto al totale della popolazione, occupa il primo posto tra i media degli italiani, pur avendo perso 2 punti percentuali di utenza rispetto allo scorso anno». A crescere è invece la tv via internet: web tv e smart tv hanno il 26,8% di utenza, +2,4% in un anno. A decollare la mobile tv, «che ha raddoppiato in un anno i suoi utilizzatori (passati dall’11,2% al 22,1%), segno dell’uso sempre più diffuso degli smartphone».
La radio tradizionale perde 4 punti percentuali ma a crescere, anche qui, è l’ascolto di trasmissioni radio via internet, +4,1% in un anno.
I numeri diventano catastrofici quando il Rapporto sposta la sua attenzione sui quotidiani.
«Oggi solo il 35,8% degli italiani legge i giornali cartacei». Negli ultimi dieci anni i quotidiani a stampa hanno perso addirittura il 25,6% di utenza. Crescono i quotidiani online ma poco. Soltanto del 4,1%.
La crisi della carta trova conferma, ahinoi, anche sul versante dei libri: «solo il 42,9% degli italiani ha letto almeno un libro a stampa nell’anno».

Numeri completamenti diversi quelli che si riferiscono a internet, agli smartphone e in generale al mondo digitale.
Il 69,6% di italiani ha uno smartphone. Nel 2009 la quota era del 15%. Ecco un esempio di ciò che dicevamo in apertura: questi numeri confermano ciò che è evidente.
La crescita verticale delle vendite degli smartphone negli ultimi 10 anni è sotto gli occhi di tutti ma osservare la crescita in un grafico impressiona.

La crescita di internet rallenta ma prosegue. «Nel 2017 ha raggiunto una penetrazione pari al 75,2% degli italiani, con una differenza positiva dell’1,5% rispetto al 2016 (e del 29,9% rispetto al 2007)».

E Whatsapp? Il 65,7% degli italiani ha Whatsapp. Praticamente le persone che hanno lo smartphone hanno anche Whatsapp. Il 56,2% di italiani scorre la home di Facebook mentre il 49,6% guarda i video di Youtube. Stabile Twitter, 13,6%.
Ma la regina delle app è Instagram: nel 2015 la diffusione era del 9,8% mentre oggi è al 21%.

Ovviamente questi numeri e questi grafici dispiegano i propri effetti in ogni settore della società. Anche e soprattutto nell’economia.
«L’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici nell’intervallo di tempo tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2016 evidenzia che, mentre i consumi complessivi degli italiani hanno subito una significativa flessione (-3,9% in termini reali nell’intero periodo), la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom (+190%, per un valore di poco meno di 6 miliardi di euro nell’ultimo anno), quella dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori ha conosciuto un rialzo rilevantissimo (+45,8%), mentre i servizi di telefonia si assestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-14,3%, per un valore però di oltre 16,8 miliardi di euro) e, infine, la spesa per libri e giornali ha subito un crollo (-37,4%)».
Ma chi sono i protagonisti di questa vera e propria rivoluzione?
Naturalmente i più giovani. Accompagnati, però, dagli adulti.
Da una parte i giovani proiettati nel futuro («tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 90,5%, mentre è ferma al 38,3% tra gli anziani; l’89,3% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 27,6% dei secondi; il 79,9% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 19,2% degli over 65; il 75,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo il 16,5% degli ultrasessantacinquenni; quasi la metà dei giovani (il 47,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena il 17,6% degli anziani; il 40,9% dei primi guarda la web tv, contro appena il 7,4% dei secondi; il 39,9% dei giovani ascolta la radio attraverso lo smartphone, mentre lo fa solo il 3,5% dei longevi; su Twitter c’è più di un quarto dei giovani (il 26,5%) e un marginale 3,2% degli over 65»), dall’altra gli anziani agganciati al vecchio mondo (il 50,8% degli ultrasessantacinquenni legge i quotidiani contro il 23,6% dei giovani).
In mezzo gli adulti. E le abitudini degli adulti sono sempre più simili a quelle dei giovani.
Dice il Rapporto che «si registra una omogeneizzazione dei comportamenti mediatici dei giovani e degli adulti. Nel 2017 non solo viene praticamente colmato il gap nell’accesso a internet (una utenza dell’87,8% tra i 30 e i 44 anni contro il 90,5% tra i 14 e i 29 anni), ma lo stesso avviene anche per i social network (rispettivamente, l’80,4% e l’86,9% di utenza), gli smartphone (l’84,7% e l’89,3%), la tv via internet (il 39,5% e il 40,9%) e gli e-book (il 15,4% e il 15,2%)».

La crisi della carta si ripercuote inevitabilmente sul sistema di informazione.
Se da una parte il Rapporto conferma il primato dei telegiornali come prima fonte di informazione (60,6% della popolazione, 53,9% dei giovani), dall’altra lo stesso Rapporto certifica un’altra volta il crollo dei quotidiani che si collocano soltanto al 6° posto: «li usa regolarmente per informarsi il 14,2% della popolazione, il 15,1% dei più istruiti, ma solo il 5,6% dei giovani».

Per ultimo il Rapporto dimostra come il sistema dei new media digitali abbia influenzato la formazione dell’immaginario collettivo. I valori di riferimento, i simboli, le icone, i miti della contemporaneità sono mutati.
«Il primo fattore che emerge con evidenza, da questo punto di vista, è la sovrapposizione del vecchio e del nuovo in cima alla classifica dei giudizi degli italiani. Infatti, al primo posto tra i fattori ritenuti più centrali nell’immaginario collettivo della società di oggi si trova ancora il “posto fisso” con il 38,5% delle opinioni, seguito però a poca distanza dai social network (28,3%), poi dalla casa di proprietà (26,2%) e ‒ quasi a pari merito ‒ dallo smartphone (25,7%), richiamato per il suo valore funzionale e simbolico. Come si vede, le prime quattro posizioni riproducono un mix di vecchio e nuovo, offline e online, valori tradizionali e emblemi innovativi».
E se questo è il risultato lo è sicuramente grazie alle fonti a cui gli italiani attingono per formare le loro opinioni: tv (28,5%), ma soprattutto social network (27,1%) e internet in generale (26,6%). Sommando i due dati si arriva al 53,7%, ben superiore al 28,5% della tv.
Insomma, ovunque internet la fa da padrona.
E’ internet che mette in crisi la carta stampata ed è internet che modifica l’immaginario collettivo.
Lo scontro tra offline e online – che è anche uno scontro generazionale – propende sempre di più verso il secondo termine.

E’ una rivoluzione, una «transizione epocale» la chiama il Rapporto, rimasta ancora incompiuta. E’ solo l’inizio.

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