21 anni fa la rivolta di Locri. Ma dietro c'erano i clan?

Metà luglio del 1996. Il ministro dell’Interno è Giorgio Napolitano e il dibattito politico italiano è concentrato sulla riduzione delle scorte ai pm, in particolare ai magistrati protagonisti di Mani Pulite. Nella già accesa discussione si inserirono i tragici fatti di Locri e la città si trovò all’improvviso, come successe altre volte da lì in avanti, al centro della cronaca nazionale.

«Sono le 15 e trenta e sulla strada buona di Locri sfila il corteo blindato di Nicola Gratteri, magistrato della procura reggina antimafia. Fa da battistrada (direzione Locri-Reggio) un’Alfa 33, segue la Croma blindata del magistrato a rischio, chiude la blindata di “copertura” con sopra i “ragazzi delle scorte”, armi in pugno. Nello stesso istante e nella stessa direzione su un vespino 50 c’è Giosuè Carpentieri, 25 anni. Le prime due auto scivolano tranquille. L’ultima, forse un po‘ arretrata, invece, centra Carpentieri che ha iniziato a girare verso il mare forse convinto che il corteo sia interamente passato. Il giovane viene sbalzato e ruzzola sull’asfalto fracassandosi la testa. Il soccorso è immediato. Gli agenti chiedono l’autoambulanza via radio. Ma quando Carpentieri arriva in ospedale è già morto.
Una tragedia che si poteva evitare? A sentire amici e familiari di Carpentieri, quello di Giosuè è una ”morte annunciata. Prima o poi doveva capitare – sibila un amico del giovane, garantito dall’anonimato – perché passano in continuazione, a sirene spiegate e alta velocità, anche quando non serve. Si esibiscono, questa è la verità. E noi ci andiamo sempre di mezzo”. Il punto in cui Giosuè è morto è stato rapidamente coperto dai mazzi di fiori.
Molti i curiosi solidali con la famiglia del ragazzo, polemici con quella che descrivono come una processione, vecchia di anni, di blindate, auto delle forze dell’ordine, posti di blocco. Davanti all’ospedale, alla periferia nord del paese, ci sono altri capannelli: sono i parenti più stretti e gli amici più intimi della vittima. Anche qui polemiche, rabbia, attimi di tensione. “C’era disperazione e esasperazione. Un atteggiamento comprensibile che non è mai andato oltre”, assicura il capitano Del Monaco. Nel mirino anche i giornalisti accusati di non denunciare quelli che, si sostiene, sono veri e propri abusi.
Locri è una città blindata. Fino tre anni fa auto blindata e scorta vennero imposte anche al vescovo dopo che le cosche gli avevano piantato i rosoni della lupara sulla porta di casa, infastiditi dalle prediche che attaccavano boss e ‘ndrangheta.
A Locri è accaduto di tutto in questi anni: hanno sparato contro la caserma dei carabinieri, il carcere e i medici dell’ospedale; hanno preso a raffiche di mitra il Consiglio comunale in assemblea solenne, la lupara è stata usata contro chiesa, sindacati, sindaci, assessori, segretari di partito. L’intero paese, la grandissima maggioranza delle persone perbene, è costretta a convivere, ovviamente per colpa della ’ndrangheta, tutti i disagi di una massiccia presenza di forze dell’ordine.
Nicola Gratteri non vuole dire nulla. Non si è neanche accorto di quel che è successo. Ha sentito la radio che chiamava l’autoambulanza, s’è girato e la macchina di scorta non c’era più. Da anni, inseguito da continue minacce di morte, vive blindato. Si occupa soprattutto di mafia e traffico di droga nella Locride. Ieri stava tornando da Roma e andava in tribunale a Locri, dove la procura distrettuale ha una stanza, per preparare il lavoro della prossima settimana. “Sono dispiaciuto, amareggiato” dice dopo mille insistenze “ci sarà un’inchiesta che stabilirà quel che è esattamente accaduto. Non voglio dire nulla. Mi addolora quant’è accaduto. Uso la macchina solo per andare in ufficio o nel posto segreto in cui vado a dormire la notte”. Inutile chiedergli altro».
Questo articolo, pubblicato su L’Unità il 14 luglio 1996, è a firma di Aldo Varano. Anche il Corriere della Sera, come la maggior parte dei quotidiani nazionali, diede notizia dei fatti con un articolo di Carlo Macrì a pagina 5.

articolo di Carlo Macrì, Corriere della Sera p.5, 14 luglio 1996

La rabbia, l’indignazione e la tristezza legittima dei cittadini locresi furono strumentalizzati al fine di attaccare e delegittimare il pm di Gerace? Sabato 13 luglio e soprattutto domenica 14 luglio 1996 Locri fu al centro di una vera e propria rivolta. La città isolata: statale 106 e ferrovia jonica bloccate. E poi barricate, carcasse d’auto di traverso, cassonetti rovesciati e incendiati. Sui muri di Locri comparvero le scritte «Gratteri assassino, Giosè innocente». Sui muretti adiacenti alla strada che collega Locri a Gerace invece «Presto raggiungerai Giosè». L’ipotesi che dietro i disordini ci fossero i boss di Locri fu un’ipotesi messa in campo sin da subito. Anche l’allora procuratore distrettuale di Reggio Calabria Salvatore Boemi avanzò il sospetto che le cosche avessero tutto l’interesse per gonfiare la protesta e trarne così dei vantaggi.

articolo di Carlo Macrì, Corriere della sera p.5, 15 luglio 1996

Le proteste durate un giorno e mezzo si placarono soltanto il giorno dei funerali.
I commissari (il comune era commissariato) decisero di non proclamare il lutto cittadino, ma di fatto il lutto cittadino fu proclamato dagli stessi commercianti di Locri. Chiusi tutti gli esercizi commerciali.
Al funerale del giovane locrese il grande assente fu lo Stato. Da Roma non arrivò nessuna corona di fiori. L’unica figura istituzionale presente fu quella di Giuseppe Bova, allora segretario regionale del Pds e consigliere regionale. Presente, per mezzo di una lettera, anche Nicola Gratteri. «Poi, quasi una mossa a sorpresa, (il sacerdote) legge il messaggio di Nicola Gratteri, il magistrato scortato dal corteo che ha provocato la morte di Giosuè: «Nulla può lenire il dolore che attanaglia i genitori», scrive il magistrato, «ma a prescindere dalle cose inesatte dette in questi giorni – promette – quanto prima sarà chiarita tutta la vicenda». La gente rumoreggia, ma don Giovanni riesce a rasserenare gli animi.» – scrive Aldo Varano su L’Unità il 16 luglio 1996.

La vicenda, effettivamente, fu poi chiarita. Ne parla lo stesso Gratteri a pagina 145 del libro-intervista La malapianta – conversazione con Antonio Nicaso.
«NICASO: Poi, nel 1996, ci fu un incidente che coinvolse un’auto della sua scorta. Perse la vita un giovane di Locri, investito dalla vettura in corsa.
GRATTERI: Fu un momento terribile. I boss del luogo presero spunto da quella disgrazia per bloccare la statale 106 e la ferrovia. Vennero incendiati cassonetti della spazzatura e alcuni muri vennero imbrattati con esplicite minacce nei miei confronti «Gratteri, morirai» e «Gratteri, ti uccideremo». Un parlamentare, Renato Meduri, scrisse un lungo articolo sul quotidiano «Gazzetta del Sud» per chiedere il mio trasferimento per incompatibilità ambientale. Furono momenti difficili, soprattutto per la mia famiglia. Il processo fu trasferito da Locri a Messina per motivi di sicurezza. L’indagine della procura di Messina accertò che fu la vittima a tagliare la strada all’auto della polizia che mi faceva da scorta. Io non me n’ero accorto. Capii che qualcosa era accaduto quando non vidi più la vettura nello specchietto retrovisore. Mi fermai presso la compagnia dei carabinieri di Locri dove appresi la notizia dell’incidente. Ho provato dolore, un dolore uguale a quello provato in occasione delle tante altre vittime della statale 106.»


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