Erika è la prima vittima del terrore in Italia

immagine: corriere.it

Erika Pioletti è la prima vittima del terrore in Italia.
La trentottenne di Domodossola, che si trovava in Piazza San Carlo a Torino la tragica sera del 3 giugno, non ce l’ha fatta ed è morta ieri sera in ospedale dopo 12 giorni di agonia.

1500 feriti e un morto, è questo il bilancio definitivo. Come se fosse scoppiata un’autobomba, come se qualcuno si fosse fatto saltare in aria, un kamikaze.
E invece nulla di tutto questo. Quella tragica sera a Torino c’erano trentamila persone che erano scese in piazza per vedere la finale di Champions League davanti a un mega schermo e in compagnia, quando il boato di un petardo o forse il rumore di una transenna caduta a terra oppure una ragazzata hanno scatenato il panico.

Un’onda umana in preda alla psicosi da terrorismo ha travolto tutto ciò che ha trovato sul suo tragitto. Uomini, donne e bambini sono stati calpestati. Un mare di sangue tra le suole delle scarpe e il vetro delle bottiglie. Le immagini di quella piazza che ci hanno fatto vedere sono simili a quelle che abbiamo già visto il 13 novembre 2015 a Parigi o il 14 luglio 2016 a Nizza.

Eppure in Piazza San Carlo la spensieratezza di chi era andato a vedere la partita non era stata messa in pericolo da niente e nessuno. In un altro momento storico nessuno si sarebbe ferito e nessuno sarebbe morto.
Non un attentato ma un auto-attentato. Il terrore, quella sera, ha ucciso una donna.
La paura, quella che ci accompagna quando saliamo sulla metro, quando andiamo a un concerto o quando entriamo in un aeroporto, quella che ci ha fatto diventare diffidenti e che ci fa guardare tutti con sospetto, è più concreta del rischio reale che corriamo.
Percepiamo il pericolo di qualcosa che in quel momento non c’è, ma che ferisce e uccide come se ci fosse.

Il terrorismo islamico non sarà il responsabile materiale della morte di Erika Pioletti e del ferimento di 1500 persone, ma se quella notte fosse arrivata la solita rivendicazione dell’Isis non ci sarebbe stato nulla di cui stupirsi.


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