Unical: la lezione di Nicola Gratteri


Arriva sotto l’Aula Caldora, alla guida e da solo – come al solito la scorta è dietro, in un’altra macchina – alle 14.30, un’ora prima dell’inizio dell’incontro-dibattito organizzato dal Rotaract Club di Rende e dall’associazione studentesca AS.S.I.
Se c’è una qualità che al procuratore Nicola Gratteri sicuramente non manca, questa è la puntualità. E chi lo segue lo sa.

In poco meno di mezz’ora la sala si riempie e puntualmente alle 15.30 inizia quella che era stata programmata come la presentazione del penultimo libro della coppia Gratteri-Nicaso ‘Padrini e padroni’ ma che alla fine sarà una vera e propria lezione. Il professore (a contratto), Gratteri, in realtà lo fa all’Università di Reggio Calabria, ma anche qui, all’Università della Calabria di Arcavacata, ha studenti che hanno voglia di ascoltarlo per quasi due ore.
Una platea fatta, appunto, per la maggior parte di studenti che lo ascoltano attentamente in un religioso silenzio.

Dopo il benvenuto della presidentessa del Rotaract Club di Rende, Filomena Guaragna, prende la parola per i saluti il Magnifico Rettore Gino Crisci, presente per tutta durata dell’evento.
«La criminalità organizzata è un problema culturale e se intervengono prima loro (i magistratri, ndr) allora significa che noi abbiamo fallito» – esordisce così il Magnifico Rettore.
E appellandosi agli studenti presenti: «In tema di delinquenza organizzata la mia generazione ha fallito» – dice – «la prossima generazione sarà decisiva, qualche timido risveglio già si vede».
Nicola Gratteri non ama i rituali e chi gli siede accanto, probabilmente, lo sa.
E infatti dopo i rapidi saluti del presidente dell’associazione studentesca AS.S.I., Danilo Guaragna, prende la parola il moderatore, il giornalista e scrittore Arcangelo Badolati, che inizia a intervistare il procuratore capo di Catanzaro.

Da qui in poi sarà un ripercorrere la storia della ‘ndrangheta, più in generale della Calabria e del Sud, dalle elezioni annullate a Reggio Calabria nel 1869 all’inchiesta ‘Jonny’ di poche settimane fa.
E’ proprio con le elezioni annullate dal prefetto di Reggio Calabria nel 1869 che si apre ‘Padrini e padroni’. «Un lavoro, quello che abbiamo fatto io e il professore Nicaso, che fanno in pochissimi. Ormai a fare ricerca negli Archivi di Stato non ci va più nessuno, più facile copiare da Wikipedia o da Google. Invito, soprattutto voi studenti, a ritrovare il gusto della ricerca».
Rispondendo alle domande di Arcangelo Badolati, si sofferma sul terribile terremoto del 1908 e sulla questione meridionale: «Anche in quell’occasione si è preferito fare assistenzialismo. In un secolo e mezzo, nei confronti del Sud, si è operato sempre con l’assistenzialismo, mai un vero e proprio progetto per preservare la dignità. Così facendo non saremo mai indipendenti». 

Arriva al 1969, alla famosa riunione di Montalto. «Quella riunione provava già nel 1969 l’unitarietà della ‘ndrangheta ma a livello processuale questa certezza ce l’ha data solo recentemente una sentenza (la sentenza Crimine, ndr). Con, addirittura, 40 anni di ritardo».
«E la Chiesa, dottore, che ruolo ha avuto in tutti questi anni?» – chiede Badolati. «Sono nipote di due preti, ‘Acqua Santissima’ è stato un atto d’amore verso la Chiesa. Eppure abbiamo ricevuto attacchi ancora prima che il libro venisse venduto, ma alcune cose non potevamo non scriverle».
Le responsabilità della Chiesa sono tante e molti preti hanno preferito chiudere gli occhi, basta osservare quello che succede al santuario della Madonna di Polsi. «Da quando Papa Francesco ha scomunicato i mafiosi, però, qualcosa si è mosso. Nei documenti della Chiesa è comparsa la parola «’ndrangheta»».

Il decennale rapporto tra Amministrazione e ‘ndrangheta, è, secondo Gratteri, il motivo per il quale quest’ultima ha ucciso meno della mafia siciliana: «Quando Cosa Nostra ammazzava, la ‘ndrangheta, al contrario di quanto si crede, era già seduta nella stanza dei bottoni e amministrava. Perché avrebbe dovuto uccidere?».
E arrivando ai giorni nostri, su domanda esplicita del moderatore, commenta l’operazione Jonny: «La ‘ndrangheta c’è dove ci sono denaro e potere. Al Cara di Isola Capo Rizzuto però, bisognava intervenire prima, la prefettura non ha fatto i controlli che avrebbe dovuto fare. Chi fa il mio mestiere non deve provare né piacere né dispiacere, dobbiamo essere freddi, ma alcune immagini che ho visto non possono non fare effetto». Le immagini a cui fa riferimento sono quelle riprese dalle telecamere all’interno del Cara di Isola Capo Rizzuto che mostrano i trattamenti riservati ai migranti.
Sull’annosa questione dei presunti fusti di rifiuti tossici gettati nei mari calabresi risponde secco: «Sul piano investigativo non abbiamo nulla. Zero processi, zero rinvii a giudizio».

Chiude commentando la decisione della Cassazione che apre all’ipotesi di scarcerazione per Totò Riina, notizia che arriva in tempo reale: «Non sono d’accordo. Non è nemmeno giusto perché molti boss malati, con metastasi, sono morti in carcere. La funzione del 41bis è quella di evitare la comunicazione tra dentro e fuori il carcere. La presenza di un boss nel proprio territorio è nociva, per comunicare basta uno sguardo». 
E poi: «Mentre i figli dei mafiosi hanno i padri in carcere e qualche volta possono andare a trovarli, i figli di gente perbene sono cresciuti senza padre. Finiamola di fare gli ipocriti».

Sono passate due ore da quando ha iniziato a parlare, tre da quando è arrivato nel parcheggio dell’Università della Calabria. Deve scappare per un impegno, ma non per questo rifiuta di firmare tutti i libri e di fare fotografie con chiunque glielo chieda.

Come una processione, una carovana di studenti lo accompagna alla macchina. Lui sale nella sua, gli uomini nella scorta nella loro.


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