Il folle impegnato

Peppino Impastato

Oggi 9 maggio, che è il giorno in cui tutta Italia ricorda la morte dell’on. Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, il cui corpo veniva trovato 39 anni fa in via Caetani, come gli altri anni, proverò fastidio quando noterò che quasi tutti conoscono Aldo Moro e in pochi conoscono la storia di Peppino Impastato.
Mi darà fastidio accorgermi che molti ragazzi non sanno minimamente chi sia.
Non sopporto la loro indifferenza.

Certo, la storia di Peppino Impastato non la insegnano a scuola, i programmi didattici di Storia difficilmente arrivano agli anni ’70, e se queste cose non ti interessano difficilmente troverai la voglia di comprare un libro o guardare un film che racconta la sua vita. Che la scuola stia con la speranza che il ragazzo sia un curioso e, da autodidatta, si vada a studiare quegli anni, però, lo trovo ingiusto.
Comunque sia, conoscere la storia di Peppino Impastato non è obbligatorio, si può vivere tranquillamente anche ignorandola.
Chi preferisce ignorare, si fermi qui.

Per Peppino, Cinisi, il suo paese, era MafiopoliMaficipio era il Municipio; grande capo Tano seduto era Don Tano Badalamenti, il boss del paese; corso Luciano Liggio era il corso di Cinisi: in questo modo Peppino prendeva per il culo la mafia. Sdoganava il termine mafia che negli anni ’70 non si pronunciava mai, se non a bassa voce e dopo aver chiuso tutte le tapparelle. Le brutte parole, quelle che incutono paura, come tumore mafia, non si pronunciano ancora oggi, figuriamoci 40 anni fa.
Così la sminuiva, irriverente e strafottente, a suo modo sbeffeggiandoli li ridicolizzava, non erano più intoccabili, erano macchiette, protagonisti delle storie che Peppino raccontava a Onda Pazza, programma radiofonico di Radio Aut. Scherzando denunciava gli affari del clan di Cinisi. Clan che conosceva bene: suo padre era un affiliato, suo zio era Cesare Manzella, capo della cupola mafiosa siciliana negli anni ’60.
Alla fine del ’65 e prima di Radio Aut, Peppino, insieme ai suoi amici, aprì un circolo culturale, il circolo Musica e Cultura. Musica, cineforum, arte: si divertivano. Ma davano un senso a quello che facevano.
Un esempio stupido ma emblematico descrive meglio di mille parole il loro modo di fare.
Organizzarono una mostra di foto le quali mostravano gli edifici abusivi e denunciavano la cementificazione delle coste che, grazie alla mafia, aveva distrutto il paesaggio di Cinisi.
Il Comune non diede loro il permesso di organizzare la mostra in piazza e allora decisero di portare in giro per il paese i pannelli con le foto, senza mai appoggiarli a terra, così da evitare l’occupazione abusiva di suolo pubblico.
Girarono tutto il paese con i pannelli in mano mentre la gente si girava dall’altra parte pur di non vedere quelle foto.
La genialità di quelle iniziative strampalate, quei nomi buffi urlati alla radio, potremmo definirla antimafia dei folli.
Il fratello di Peppino, Giovanni, definì suo fratello un folle impegnato.

Davano fastidio quegli sberleffi, eccome se davano fastidio. Di nascosto, sì, ma la radio era ascoltata e aveva un grande successo.
Il 19 settembre 1977 muore il padre di Peppino Impastato, che fino a quel momento era stato il suo scudo.
Ai funerali del padre Peppino si rifiutò di dare la mano a Don Tano Badalamenti, firmando così la sua condanna a morte.
L’8 maggio del 1978 Peppino viene prima colpito con delle pietre, poi viene legato ai binari della Palermo-Trapani e infine fatto esplodere con del tritolo.
Sulla morte di Peppino Impastato si disse di tutto ma nessuno ebbe il coraggio di parlare di omicidio di mafia.
Si chiuse un occhio, si mise in atto un vero e proprio depistaggio e si arrivò all’assurdo. Le macchie di sangue sul luogo del delitto non vennero analizzate perché quelle macchie potevano essere di sangue mestruale poiché quel luogo appartato era frequentato da coppiette.
Si pensò a un suicidio, poi a un tentativo di attentato di matrice terroristica. Complice di quest’ultima ipotesi la storia politica di Peppino: sempre a sinistra, prima PSIUP poi candidato al consiglio comunale di Cinisi con Democrazia Proletaria.
Quella politica che poi lo tradirà e che ancora oggi continua a tradirlo. Oggi come allora, una politica debole, complice e poco decisa contro una mafia forte e spietata.
Anche grazie all’impegno degli amici, al procuratore Rocco Chinnici e alla tenacia di madre di Peppino, Felicia Bartolotta, il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent’anni di reclusione. L’11 aprile 2002 anche Gaetano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo.
Gli esecutori non furono mai identificati.

Un corteo spontaneo di giovani lo salutò e alle elezioni comunali gli abitanti di Cinisi votarono Peppino Impastato, ormai morto.

Il 9 maggio è per Peppino Impastato.
Eroe civile e folle impegnato, simbolo di quell’antimafia civile che ormai non c’è più e che, noi complici e indifferenti, nemmeno meritiamo.



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