Che ridere questa scissione


La scissione più famosa è senza dubbio quella del 1921.
Nel gennaio di quasi cent’anni fa, a Livorno, nasceva il Partito Comunista Italiano.
Dal ’21 ai giorni nostri, dalla nascita del grande Partito Comunista Italiano alla scissione, se così si può chiamare senza offendere la Storia, di Bersani, D’Alema&co.
Scissioni precedute da confronti tra visioni e idee diverse, quelle di allora.
Una scissione preceduta da scontri tra ‘tifosi’ di questa o di quell’altra parte e da tatticismi degni della peggior politica, quella di oggi.

La lunga e travagliata scissione del Partito Democratico pare si sia consumata.
Ieri sera Massimo D’Alema su Rai3 e Pierluigi Bersani ed Enrico Rossi su La7 pare abbiano pronunciato le parole che tutti si aspettavano, quelle che finalmente non lasciano più spazio ai dubbi, dopo giorni di rinvii e di fastidioso ‘politichese’. Proprio così, in tv.
Ieri pomeriggio c’è stata la Direzione del loro partito ma nessuno dei tre ha ritenuto opportuno partecipare. Due giorni prima, invece, c’è stata l’Assemblea e anche lì, gli scissionisti-televisi, avevano deciso di non intervenire.
Il confronto televisivo a distanza può bastare.
«Non rinnoverò la tessera» dice l’ex segretario Bersani nello studio di Giovanni Floris e in una lunga intervista spiega le ragioni del suo addio al partito di cui è stato segretario.
Ma perchè?
«Non è una questione di date», «il problema non è eliminare Matteo Renzi», dicono.
E il problema è proprio quello.
La minoranza aveva chiesto al segretario dimissionario di prolungare la fase congressuale fino all’inizio di luglio per permettere ai candidati della minoranza, il bersaniano Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi di partecipare e di partire dallo stesso punto da cui parte Matteo Renzi, oggi molto più forte di loro.
L’ex premier, invece, vuole far tutto di fretta per paura di ‘essere logorato’ col passare del tempo.
Il premio è importante: chi vince fa le liste con le quali ci si presenta alle elezioni.
Il bottino consiste nel poter mettere i propri ‘amici e compagni’ nelle fila dei 100 capolista bloccati.
Gli scissionisti-televisivi lo sanno bene e sanno bene anche che il capo Matteo, in caso di vittoria, non perdonerebbe loro l’avergli messo il bastone tra le ruote praticamente ogni giorno nei suoi tre anni di governo.

E allora condannati all’oblio politico decidono di andarsene.
Non l’hanno fatto quando il Pd tradiva gli elettori non rispettando il programma elettorale con il quale si era presentato elle elezioni politiche del 2013, non l’hanno fatto quando il grande capo metteva la fiducia sull’Italicum, oggi smontato pezzo per pezzo dalla Consulta, non l’hanno fatto quando dietro un termine inglese, il famoso Jobs Act, si nascondeva una riforma che con un partito di sinistra, quello che era una volta il partito dei lavoratori, non ha niente a che vedere.
Non l’hanno fatto, insomma, quando c’erano contenuti politici per farlo.
L’hanno fatto adesso, per spirito di sopravvivenza. La loro sopravvivenza politica

Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di scissione «senza anima».
Un partito senz’anima non poteva che essere protagonista di una scissione senz’anima.

La Politica che si divideva sulle idee oggi si divide sulle seggiole.


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