365 giorni senza un bravo ragazzo

C’era una volta un bravo ragazzo.
Era nato il 15 gennaio del 1988 a Fiumicello, un paesino in provincia di Udine.
Attivo e studioso sin da piccolo, a 12 anni era stato il sindaco dei ragazzi del suo Comune.
I primi anni di Liceo li aveva fatti a Trieste, poi, già a 17 anni, era andato via di casa per studiare ed era partito, da solo, per New Mexico, nel sud-ovest degli Usa.
Finiti gli studi negli Stati Uniti si era trasferito in Inghilterra, a Oxford, dove si era laureato, poi a Cambridge, per un dottorato di ricerca.
Proprio le ricerche per questo dottorato lo avevano portato fino all’Egitto, al Cairo, dove la storia di questo bravo ragazzo, di nome Giulio, tragicamente si chiude.
Un cittadino del mondo. Spettinato e con un sorriso simpatico. Un ragazzo serio, capace e intelligente dicono quelli che l’hanno conosciuto.
Parlava italiano e inglese alla perfezione. E poi lo spagnolo. E poi l’arabo.
La sera del 25 gennaio di un anno fa, questo bravo ragazzo di nome Giulio esce di casa per andare ad un appuntamento con i suoi amici.
A quell’appuntamento non ci arriverà mai, perché quella sera, a Giza, una città a 20 km dal Cairo, Giulio scompare per sempre.
Il 3 febbraio il suo corpo viene ritrovato su una strada che collega il Cairo con Alessandria.
Giulio è morto, è stato torturato.
Gli hanno strappato le unghie delle dita delle mani. Poi quelle delle dita dei piedi. Gli hanno mozzato entrambe le orecchie. Scosse elettriche agli organi genitali. Gli hanno fratturato sette costole e la colonna vertebrale.
Tutte queste non subito, no.
Piano piano, lentamente, con la pazienza del bravo torturatore, una goccia alla volta.
Da questo momento Giulio viene ucciso altre, infinite, volte.
Viene ucciso un’altra volta quando il responsabile delle indagini di Giza dichiara che il bravo ragazzo è morto a causa di un incidente stradale, ancora un’altra volta quando si mette in campo l’ipotesi che si tratti di un omicidio a sfondo omosessuale.
E le fantastiche ipotesi egiziane continuano: complotto della fratellanza musulmana, vendetta personale, ucciso perché spia dei servizi segreti.
Il 24 febbraio, infine, la polizia egiziana uccide una banda di rapitori indicandoli come i presunti assassini di Giulio. Una messa in scena, siamo all’assurdo.
Ma la morte più dolorosa per Giulio e per la sua famiglia è quella provocata da uno Stato senza vergogna né dignità come il nostro Bel Paese, il quale continua a stringere le mani sporche di sangue di Al Sisi nel nome della cooperazione. Cioè affari, soldi.
L’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto in Europa e state tranquilli, perché così è stato fino a ora e così sarà ancora.

Il movimento partito dal basso nato l’indomani della morte di Giulio, però, ci restituisce un minimo di onore.
E’ stata tracciata una linea: da quella parte uomini freddi e barattatori di vite, da questa parte Uomini che chiedono giustizia.
E’ grazie ad Amnesty International, è grazie a quella Generazione Erasmus che ha sentito sin dall’inizio Giulio Regeni come un fratello ed è grazie sopratutto ai genitori di Giulio che, sempre lucidi, chiedono la vera verità, che le luci su questa storia ancora non si sono spente.

Oggi, un anno fa, moriva Giulio Regeni.
365 giorni senza un bravo ragazzo.

‘Grazie Giulio per avermi insegnato tante cose. Nel mio cuore resterà per sempre l’energia del tuo pensiero. Un pensiero che rimbalza libero e fluente in tutte le direzioni per incontrare, confrontare, attraversare, per amare e comprendere e costruire tolleranza. Con affetto, la mamma’
[messaggio letto al funerale di Giulio, di Paola Deffendi Regeni]


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