Cosa penso della post-truth

immagine: cartadiroma.org

Per l’English Oxford Dictionary è la parola dell’anno 2016, per alcuni ha influenzato le recenti elezioni americane e ha fatto vincere Donald Trump, per altri ha fatto vincere la Brexit in Inghilterra, per altri ancora ha fatto vincere il No al referendum costituzionale italiano del 4 dicembre, è entrata negli speech dei politici (discorso di sconfitta di Matteo Renzi, per esempio): la post-truth o fake news, post-verità o bufala in italiano, è stata qualcosa che, nonostante il termine sia stato coniato dal romanziere Steve Tesich già nel 1992, ha spiccato il volo solo nel 2016.
E rischiamo di portarcela dietro per molto tempo.
La bufala è una notizia falsa, una distorsione della realtà, anzi spesso non trova nessun fondamento nella realtà ma che è spacciata per vera e che ha come obiettivi quelli di ingannare chi legge e molto spesso di fare soldi.
Social media in primis, internet in generale, fanno da megafono alle cosiddette bufale. Potrei fare centinaia di esempi.
Uno tra i tanti: il giorno dopo l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria in rete circolò la notizia del crollo di un ponte sulla nuova autostrada con tanto di foto.
La notizia circolò sui social, diventò virale ed ebbe migliaia di feedback.
La notizia era completamente inventata e, semplicemente, sarebbe stato sufficiente guardare attentamente la foto per capire che non si trattava di un’autostrada.
Eppure migliaia di persone ci credettero e conseguentemente sputarono la loro rabbia sui social.
Per alcuni la post-verità è uno strumento pericoloso al servizio di chi vuole il Potere, nelle sue diverse dimensioni, per altri è l’emblema del popolo ignorante che popola il grande spazio-internet.
Cos’è per me? Semplicemente una bugia, una balla. E come tale deve essere trattata.
Sull’argomento sono intervenuti, tra gli altri, Obama, Trump, il capo dell’Antitrust Pitruzzella, il ministro Orlando, il presidente del Consiglio Gentiloni e ultimi, in ordine di tempo, Grillo e Mentana.
Bisogna intervenire, dicono. “I pubblici poteri devono controllare l’informazione“, dice Pitruzzella, “Facebook deve avere la responsabilità dei contenuti pubblicati dai suoi utenti, allo scopo di disboscare la giungla della disintermediazione senza regole” dice il ministro Andrea Orlando.
Umberto Eco disse: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.
Però nel prosieguo dell’intervista disse anche un’altra cosa che quasi nessuno riportò: “credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter”. 
Sì, i social media danno diritto di parola agli imbecili (ma non solo agli imbecilli) e questo è un bene. Su internet ognuno può scrivere ciò che vuole e quindi anche l’imbecille, fortunatamente, può dare prova della sua imbecillità.
E questa è la forza di internet, non la sua debolezza.
Condivido, invece, completamente la seconda parte del discorso: saranno le stesse vittime di bufale a non credere più alle bufale e quindi a debellarle.
Nel lungo periodo, lo scetticismo di cui parlò Eco sarà l’unico antidoto per la post-verità.

Nessuna legge speciale, nessuna censura, nessun nuovo Tribunale dell’Inquisizione.
Verifica delle fonti, verifica dei fatti (fact-checking), verifica dei dati: questi i compiti di un buon giornalismo.
I lettori sapranno discernere, quindi scegliere.


📣Iscriviti al canale Telegram: clicca qui!
📣Segui il blog su Facebook: clicca qui!

💳 Fai una donazione: clicca qui!