Peppino aveva deciso di restare

Oggi è 9 maggio e in Italia, dal 1978, il 9 maggio si ricordano due uomini: l’onorevole Aldo Moro e l’attivista Peppino Impastato.
Il primo fu ritrovato in via Caetani, a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4, ucciso dalle Brigate Rosse. Così dicono.
Il secondo fu ucciso dalla mafia, fatto esplodere sui binari della ferrovia Palermo-Trapani a Cinisi, un paesino sul mare a 30km da Palermo.
La storia della morte di questi due uomini, a distanza di 38 anni, è ancora avvolta in un alone di mistero come molte volte è accaduto nella storia della nostra Repubblica.
9 maggio: giorno di cerimonie commemorative, eventi antimafia, ricordi e tanta retorica.
I cento passi, il film di Marco Tullio Giordana che ha fatto conoscere all’Italia intera la storia del giovane comunista siciliano interpretato da Luigi Lo Cascio, sarà trasmesso in prima serata su qualche tv oppure sarà proiettato nelle scuole (forse, speriamo).

La storia di Peppino è una storia di lotta, di sfrontatezza e di forza.
La lotta determinata che, anche per mezzo del suo partito (prima Psiup poi Democrazia Proletaria), ha condotto contro la mafia siciliana è una di quelle cose di cui oggi si sente terribilmente la mancanza.
Un Peppino Impastato, un Ciccio Vinci o un Rocco Gatto troverebbero serie difficoltà a convivere dentro un qualsiasi partito della sinistra italiana del panorama politica italiano attuale.
La sfrontatezza è quella di chi non ha la “forza del buonsenso” e con la testa dura e con le ciglia aggrottate ha prima fondato una Radio, Radio Aut, poi una trasmissione tutta sua, Onda Pazza a Mafiopoli, nella quale sbeffeggiava mafiosi e politici.
La famiglia di Peppino non era una famiglia normale: il padre Luigi, cognato di Cesare Manzella, era un mafioso e aveva cercato di imporre il suo modus vivendi al figlio più grande, Peppino.
Peppino aveva però dalla sua la forza, rifiuta quel mondo e quei comportamenti che lui odia e compie l’atto più coraggioso che il figlio di un mafioso possa fare: scappa di casa.
Scappa di casa ma non scappa dalla sua terra, rimane a Cinisi.
La storia di Peppino è una storia di coraggio, di politica, di vera antimafia e di cultura.

Se vuoi ricordare Peppino, almeno oggi, quando esci di casa e incontri un mafioso -perchè diciamolo: viviamo in paesini di 10 mila abitanti e sappiamo benissimo chi è pulito e chi no – non lo salutare; entra in un bar ma non fare a gara a offrirgli per primo il caffè; non chiamarlo quando tuo figlio ha bisogno di un lavoro; non abbassare la testa quando alla posta non rispetta la fila e passa avanti; fai scoppiare il clacson quando la sua auto di grossa cilindrata parcheggiata in seconda o terza fila ostacola il traffico.
Se vuoi ricordare Peppino e non vuoi farlo solo oggi, non andartene, non emigrare.
Rimani nella tua terra.

 


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